La Famiglia Viti, trae origine dall’antica Valdarania; infatti il cognome è stato preso dal primo capostipite dal nome Vito Valdarano (anno 1400 ca.), consigliere del duca di Parma e Governatore della città di Altamura, aggregato alla Nobiltà cittadina nell’anno 1510 (“pigliando il cognome dal nome”, fonte: Libro dell’Ill.me Sigg.re Famiglie Nobili della Città di Altamura dell’anno 1572, custodito presso Arch. e Museo Civico Comunale).
Successivamente la Famiglia, tra il 1500 e il 1600 c.a., fu nominata feudataria di Caraffa (terra di Calabria) ove vide quale primo Barone Giovanni Vincenzo Viti di Caraffa (n. 26.03.1587) che sposò in prime nozze Giulia di Rienzo e poi Clarice Mastrilli, da cui ebbe Felice Antonio (secondo Barone di Caraffa) e Vittorio, padre di Giovanni Antonio, erario di Altamura nel 1630.
Felice Antonio, ebbe poi come primogenito Giovanni Vincenzo (terzo Barone di Caraffa morto il 13.09.1672, menzionato nel Libro d’Oro della Nobilità Italiana) che sposò Vittoria Castelli.
Costoro furono i genitori, tra gli altri, di due figli che diedero origine a due distinti rami della famiglia che hanno dato vita agli attuali discendenti tutt’oggi viventi della Famiglia Viti e ancora dimoranti in Altamura (i discendenti di Francesco e Chiara Viti).
Il primo ramo fu originato da Francesco Viti (n. 13 mar. 1631 † 1 gen. 1710) che, dal suo matrimonio con Maria Giannelli, ebbe, tra gli altri, Felice Antonio (n. nel 1664 † 22 ag. 1714).
Quest’ultimo, sposò Eleonora Castelli dalla quale ebbe, Francesco Viti (n. nel 1697 † 27 apr. 1753), che sposò Gerolama Laudati.
E’ proprio tale Francesco (figlio di Felice Antonio) che fu nominato 1° Conte con Diploma di Leopoldo d’Austria nel 1712 ed è da costui che discendono tutti i Viti annotati negli Elenchi Ufficiali Nobiliari italiani.
L’altro ramo del casato fu originato da Domenico († 12 ott. 1691), fratello del predetto Francesco Viti (n. 13 mar. 1631 † 1 gen. 1710).
Domenico († 12 ott. 1691) si sposò con Elisabetta Mari († 20 lug. 1714) dalla quale ebbe, tra gli altri, Nicolò (n. nel 1697) marito di Francesca Martini figlia del duca di Sanarica.
Da costoro discese, tra gli altri, Vincenzo (n. 19 mar. 1722 † 17 feb. 1800, annotato quale “Patrizio” nel Catasto Onciario dell’anno 1742 della città di Altamura e nominato nel Libro d’Oro della Nobilità Italiana), sposato con Isabella De Angelis; dalla coppia nacque anche Pietro (n. 20 giu. 1773 † 24 apr. 1864) che da sua moglie Imperia Santoro ebbe, tra gli altri, Vincenzo (n. 16 nov. 1806 † 24 apr. 1864).
Vincenzo sposò poi Elisabetta Martucci dalla quale ebbe, tra gli altri, quel nobile Francesco Viti (n. 20 apr. 1845 † 16 gen. 1918) che sposò Chiara dei Conti Viti (n. 30 apr. 1844 † 29 mar. 1915) annotata negli Elenchi Ufficiali e discendente dall’altro ramo della Famiglia sopra indicato.
Merita di essere menzionato il 3° Conte Francesco Viti (fratello di Pasquale, presidente della brevissima Repubblica Altamurana del 1799), il quale dalla prima moglie Concetta Giannelli ebbe tra gli altri come primogenito maschio Vincenzo che assunse il titolo di 4° Conte e che diede vita ad altro ramo comitale della famiglia (in parte trasferitasi tra Trani, Napoli ed altre città italiane) ed annotata negli Elenchi Ufficiali della Nobilità Italiana.
Mentre dalla seconda moglie Giovanna Gattola Mondelli, il Conte Francesco ebbe 6 figli: Clarice (che sposò il Duca di Castel Garagnone), Rosa (morta da bambina), Nicola (secondo genito maschio e padre di quella Chiara che sposò Francesco Viti proveniente da altro ramo del Casato), Gaetano (Patrizio Altamurano), Giulia ed infine Pasquale, famoso Ten. Col. di Cavalleria in Altamura. Come risulta dal Diario del prof. Vincenzo Chierico, pubblicato in “Rassegna Pugliese” (Vol. XVII Maggio 1900), il conte Francesco Viti fu tra coloro che accolsero i sovrani Ferdinando IV e Carolina di Borbone delle Due Sicilie in occasione della loro visita ad Altamura avvenuta il 17.03.1797. In quell’occasione la Città diede dimostrazione di grande affetto e fedeltà ai sovrani che ne rimasero piacevolmente colpiti. Attualmente le spoglie del Conte Francesco Viti riposano presso la Cattedrale di Barletta ove gli è stata dedicata una lapide.
Nicola dei Conti Viti (n. 13.12.1798 e m. 09.08.1861), secondogenito del Conte Francesco, stabilito ad Altamura, sposerà poi Giovanna De Angelis da cui la famiglia erediterà il Palazzo di Porta Bari ad Altamura e da cui lo stesso prenderà il nome. Nicola fu nominato comandante della gendarmeria altamurana del Regno delle Due Sicilie.
La coppia ebbe poi 4 figli: Claudio che, seppur sposato con Vincenza Rivellini non avrà figli; Francesco che morirà celibe, Giovannina che morirà giovanissima ed infine Chiara che, come anzidetto, sposerà quel Francesco – avvocato – proveniente dall’altro ramo.
I nobili Francesco e Chiara dei Conti Viti (sposi il 12.07.1869), vissero sino alla loro morte nel Palazzo Viti-De Angelis di Altamura ed ebbero a loro volta 6 figli: Elisabetta, Vincenzo, Nicola, Giovanni, Pietro (nonno del Gen. dei Carabinieri Pietro Viti, menzionato nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana) e Claudio (ultimo dei fratelli che poi acquistò tutte le altre quote del Palazzo Viti De Angelis e i cui discendenti ancora vi abitano). Francesco fu nominato nel 1898 Cavaliere della Corona d’Italia.
Vincenzo Viti (n. 10 febbraio 1874 – m. 2 novembre 1956), primogenito maschio di Francesco e Chiara, il 29.03.1921 contrasse matrimonio con Irene Marvulli (vent’anni più giovane di lui). Secondo quanto tramandato oralmente, l’unione fu resa necessaria dall’insistenza del padre di Irene, in seguito ai ripetuti corteggiamenti del giovane Vincenzo, considerati all’epoca piuttosto disinvolti rispetto ai canoni del decoro sociale.
Dopo le nozze, i coniugi lasciarono il palazzo di famiglia per trasferirsi presso la residenza di campagna del Casato, situata nella contrada Crapulicchio, lungo l’attuale via Ruvo. In quel luogo, immerso nella quiete rurale e nei valori di una tradizione familiare ancora viva, crebbero i loro cinque figli: Francesco, Pietro, Nicola, Marcello e Achille.
Vincenzo Viti crebbe tra gli agi e le consuetudini del palazzo di famiglia, in un ambiente in cui la stabilità economica sembrava un dato acquisito. Fino ai quarant’anni visse con la serenità di chi non aveva mai dovuto confrontarsi con le fatiche del lavoro, cullato dalla solidità del patrimonio ereditato. Tuttavia, quando gli toccò in sorte l’onere della gestione familiare, si trovò improvvisamente proiettato in una realtà per la quale non era stato pienamente preparato.
Le rendite immobiliari, un tempo abbondanti, non bastavano più a garantire la sicurezza necessaria a una famiglia in crescita. A volte preso dalla troppa generosità, Vincenzo iniziò ad ascoltare i suggerimenti del fattore di campagna, che lo spronava a dismettere piccole porzioni dei fondi in cambio di liquidità. Ma, non avendo una conoscenza precisa dell’estensione e della reale consistenza del patrimonio, prese talvolta decisioni dettate più dall’urgenza che dalla strategia, con risultati non sempre vantaggiosi.
Nonostante ciò, fu sempre mosso da oneste intenzioni. Uomo dai modi gentili e dai principi saldi, Vincenzo dedicò la sua vita alla famiglia, impartendo ai figli un’educazione rigorosa, ma improntata alla responsabilità. Grazie alla loro intraprendenza e alla volontà di innovare, i suoi discendenti riuscirono a conservare gran parte dell’eredità ricevuta, riportando stabilità e nuova linfa al casato.
Vincenzo visse a lungo, con discrezione e senso del dovere, fino al giorno della sua scomparsa, che avvenne in un luogo carico di significato. Il 2 novembre 1956, mentre si trovava sulle scale del Cimitero di Altamura per rendere omaggio agli avi, fu colto da un improvviso malore. Una fine quasi simbolica, nel giorno della memoria, come un ultimo gesto di fedeltà alla sua stirpe.
Tutti i discendenti di Vincenzo e di sua moglie Irene Marvulli sono cresciuti nelle stesse terre altamurane, lungo la via per Ruvo, che ancora oggi abitano e custodiscono con orgoglio.
Il secondogenito di Vincenzo, nob. Pietro Donatangelo (n. 12.01.1925, m. 12.07.1981) durante il suo servizio da Carabiniere nei territori veneti, conobbe la giovane Rosy Fochesato (del paese di Dueville, vicino Vicenza). La stessa rimase affascinata dal giovane carabiniere che sposò il 24.11.1946, trasferendosi nei luoghi della famiglia di lui. Qui la coppia ebbe 6 figli, tra cui Vittorio.
Pietro scelse una strada autonoma e audace: sulle terre ereditate dal padre, lontano dagli agi del palazzo cittadino in cui era cresciuto, decise di edificare una nuova dimora, accanto all’antica casa di caccia di famiglia. In quel luogo, sobrio ma ricco di memorie, pose le fondamenta di un nuovo inizio, destinato ad accogliere le generazioni future.
Con animo risoluto e spirito d’innovazione, Pietro intraprese la via dell’agricoltura, legando le mani alla terra che i suoi avi gli avevano lasciato. Ma fu anche pioniere nel suo tempo: fondò la prima autoscuola di Altamura, battezzata con il nome emblematico di Autoscuola Buoncammino. Una scelta che rifletteva la volontà di guardare al futuro senza recidere le radici, un passo verso il progresso, saldamente ancorato alla tradizione.
Accanto alla nuova casa, Pietro realizzò anche un maneggio, omaggio alla secolare passione familiare per l’arte equestre. Uno spazio funzionale dove trasmise ai figli i primi insegnamenti sull’equitazione. In quel campo intriso di polvere e ricordi, si perpetuava lo stile di vita della famiglia, fatto di sobrietà, dignità e rispetto per il cavallo, simbolo di nobiltà e forza.
Quel maneggio fu poi affidato alle cure del figlio Vittorio (mio padre), che lo custodì e lo migliorò con orgoglio. Lì, tra il nitrito dei cavalli e il sole delle Murge, anche io e mio fratello abbiamo appreso i segreti dell’equitazione, formando il carattere sulle orme di una tradizione viva e vibrante.
E oggi, in quel solco di memoria e identità, una nuova generazione ha già cominciato a germogliare: il 15 maggio 2021, da Katarzyna Maria Szaj, è nato mio figlio, Vittorio Edward Viti. Con lui, la storia si rinnova, e le radici si protendono verso il domani, forti di un passato che ancora respira nei gesti e nei luoghi della nostra famiglia.