Giustizia e diritto · Bioetica e diritto
La maternità non può diventare un contratto
Le formule linguistiche non cancellano la questione sostanziale: il corpo di una donna e la nascita di un bambino non sono prestazioni commerciabili.
di Pierfrancesco Viti ·
C'è chi continua a chiamarla "gestazione per altri". Io continuo a chiamarla con il suo vero nome: MERCIFICAZIONE DELLA MATERNITÀ E DELLA VITA UMANA! UN ABOMINIO!!
Questa vicenda è l'ennesima dimostrazione di cosa accade quando un figlio nasce da un contratto anziché da una relazione. La donna che porta avanti la gravidanza diventa una prestatrice d'opera. Il bambino diventa l'oggetto della prestazione.
E se qualcosa non corrisponde alle aspettative, ecco comparire diffide, avvocati e richieste di risarcimento. È questo il futuro che ci viene presentato come PROGRESSO??? Un catalogo dove si commissiona una gravidanza, si pretendono determinate caratteristiche e, se il "prodotto" non è conforme alle aspettative, si apre un contenzioso?
La maternità non è un servizio. Il grembo di una donna non è un laboratorio. Un figlio non è un bene acquistabile, né tantomeno un bene restituibile o contestabile.
VERGOGNATEVI!! Non è una questione di destra o di sinistra. Non è nemmeno una questione di orientamento sessuale.
È una questione di civiltà: quando la genitorialità viene separata completamente dalla responsabilità naturale e trasformata in un rapporto commerciale, il rischio è che anche il bambino venga percepito come un diritto da esigere anziché come una persona da accogliere. E il giorno in cui una causa da 600.000 dollari può nascere perché un bambino non è nato "come previsto", forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che non siamo davanti a un progresso dei diritti, ma a una deriva che finisce per togliere dignità a tutti: alla donna, al bambino e perfino alla stessa idea di famiglia e all'umanità intera.
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.