Giustizia e diritto · Social e giustizia
Il tribunale dei like
Sui social la condanna precede spesso i fatti: una frase isolata sostituisce la prova e il consenso della folla prende il posto del contraddittorio.
di Pierfrancesco Viti ·
Il Tribunale dei like. Oggi la verità non si cerca più: si seleziona. Non importa che sia completa, documentata, scomoda.
Importa solo che confermi ciò che vogliamo credere. I social sono diventati il nuovo tribunale del popolo, ma senza prove e senza diritto di difesa: basta un post, una frase estratta dal contesto, una foto sfocata, e la condanna è servita. Platone distingueva tra dóxa (opinione) e alétheia (verità disvelata).
Oggi la dóxa ha vinto: l’eco delle nostre convinzioni personali ha preso il posto della realtà. Come scriveva Tommaseo, “l’opinione è la più vigliacca delle verità”, perché non rischia nulla: basta cambiarla per non aver mai sbagliato. In passato, uomini e donne sono morti per difendere un principio, come Socrate che accettò la cicuta pur di non tradire la coerenza tra ciò che pensava e ciò che diceva.
Oggi si vive - e si litiga - per difendere la propria versione, ignorando quella vera, soprattutto se è scomoda. La verità, per sua natura, è una sola. Ma l’uomo moderno la tratta come un abito da sartoria: su misura, modificabile, adattabile all’umore del momento.
E quando la verità arriverà davvero, non avrà clamore. Non farà rumore. Non avrà abbastanza like.
“Il problema non è che la verità sia nascosta: è che nessuno ha più il coraggio di guardarla in faccia.” (cit.)
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.