Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

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Dopo il patriarcato, cosa?

by Pierfrancesco Viti

di Pierfrancesco Viti ·

Perché una società libera deve tornare a parlare di famiglia, differenze, responsabilità e natalità

Ci sono parole che, a forza di essere utilizzate come armi politiche, finiscono per perdere quasi completamente il loro significato.

“Patriarcato” è certamente una di queste.

Oggi viene spesso utilizzata per descrivere indistintamente la famiglia tradizionale, la differenza dei ruoli tra uomo e donna, alcuni comportamenti maschili, la disparità economica, la violenza contro le donne e, talvolta, persino modelli culturali che con il patriarcato storico hanno ben poco a che vedere.

Il risultato è che diventa quasi impossibile ragionare serenamente sul fenomeno.

Proviamo allora a fare l’operazione opposta: togliere per qualche minuto l’ideologia e partire dalla storia.

Prima della politica c’era la sopravvivenza

Per la quasi totalità della storia umana il problema fondamentale delle comunità non è stato garantire la massima realizzazione individuale dei propri componenti.

È stato molto più banalmente sopravvivere.

Sopravvivere alla fame, alle malattie, alle guerre, alla mortalità infantile, alla scarsità delle risorse e alla competizione con altri gruppi umani.

E soprattutto riprodursi.

L’essere umano presenta, inoltre, una caratteristica particolare: genera figli che rimangono dipendenti dagli adulti per un periodo eccezionalmente lungo. La riproduzione umana non termina quindi con la nascita. Richiede anni di protezione, nutrimento, educazione e trasmissione culturale.

Da qui nasce una delle istituzioni più antiche dell’umanità: la famiglia.

Le forme familiari sono state storicamente differenti. Sarebbe scorretto sostenere che sia esistito un unico modello universale ed immutabile. Ma sarebbe altrettanto ideologico negare un altro fatto evidente: la differenza biologica tra uomo e donna ha prodotto, praticamente ovunque, conseguenze nell’organizzazione sociale.

Uomini e donne appartengono alla stessa specie, possiedono la stessa dignità, ma non sono biologicamente intercambiabili.

La gravidanza, il parto e l’allattamento appartengono alla biologia femminile. La maggiore forza fisica media appartiene alla biologia maschile.

Per millenni, quando la forza fisica aveva un’importanza economica e militare enormemente superiore a quella odierna e la gravidanza comportava rischi incomparabilmente maggiori, queste differenze contribuirono inevitabilmente alla divisione dei compiti.

Con l’agricoltura il processo divenne ancora più complesso.

Comparvero proprietà, terra, eredità, accumulazione della ricchezza, eserciti organizzati, necessità di trasmettere beni e identità alle generazioni successive.

Dentro questo lunghissimo processo storico si svilupparono le società che oggi definiamo patriarcali.

Il patriarcato non nacque durante una riunione di uomini cattivi

Questa precisazione può sembrare ironica, ma serve a correggere una rappresentazione infantile della storia.

Le istituzioni che sopravvivono per secoli raramente hanno una sola causa.

Il patriarcato storico non fu semplicemente un complotto degli uomini contro le donne. Fu un sistema di organizzazione sociale costruito intorno alle condizioni economiche, biologiche e militari delle società del tempo.

Questo non significa affatto che fosse giusto in ogni sua manifestazione.

Ha prodotto o consentito limitazioni della capacità giuridica femminile, subordinazione economica, esclusione politica, matrimoni imposti e compressione della libertà individuale.

Quella parte della critica femminista è storicamente fondata.

Ma qui dobbiamo evitare l’errore speculare.

Dal fatto che un sistema contenesse elementi ingiusti non deriva logicamente che tutte le istituzioni che lo componevano fossero inutili o oppressive.

Il patriarcato svolgeva infatti anche alcune funzioni sociali fondamentali: organizzava la famiglia, attribuiva responsabilità ai genitori, regolava la sessualità, stabilizzava la trasmissione dei beni, proteggeva la continuità generazionale e attribuiva alla maternità e alla paternità una rilevanza pubblica.

La modernità ha avuto il merito enorme di eliminare progressivamente molte delle sue ingiustizie.

La domanda che raramente ci poniamo è un’altra:

eliminando quel sistema abbiamo costruito qualcosa capace di svolgere altrettanto efficacemente le sue funzioni positive?

Qui cominciano i problemi.

Il grande esperimento occidentale

Negli ultimi sessant’anni abbiamo assistito a una trasformazione sociale probabilmente più rapida di quella verificatasi nei secoli precedenti.

Contraccezione, rivoluzione sessuale, emancipazione economica femminile, secolarizzazione, divorzio, urbanizzazione, consumismo e infine digitalizzazione hanno progressivamente separato fenomeni che per millenni erano rimasti strettamente collegati: sessualità, matrimonio, famiglia e riproduzione.

Molte delle libertà conquistate rappresentano progressi che non avrebbe alcun senso cancellare.

Una donna deve poter studiare, lavorare, diventare magistrato, medico, imprenditore, ministro o Presidente del Consiglio.

Deve poter scegliere se sposarsi, con chi sposarsi e quale professione esercitare.

Su questo non dovrebbe esserci alcuna discussione.

Ma riconoscere le conquiste della modernità non significa essere obbligati a sostenere che ogni conseguenza della modernità sia positiva.

Anche le rivoluzioni riuscite producono effetti collaterali.

E quello demografico comincia ad essere enorme.

I numeri non hanno ideologia

Nel 2025 in Italia sono nati circa 355.000 bambini. Nel 2005 il tasso di natalità era di 9,5 nati ogni mille abitanti. Nel 2025 siamo arrivati a 6. La fecondità italiana è scesa a circa 1,14 figli per donna, mentre il livello convenzionalmente necessario alla sostituzione delle generazioni è intorno a 2,1 (fonte ISTAT)

Contemporaneamente continuiamo a posticipare la genitorialità.

Non siamo quindi davanti a un fenomeno episodico.

Siamo davanti a una trasformazione strutturale.

E sarebbe intellettualmente disonesto attribuirla a una sola causa.

Non è semplicemente “colpa delle donne che lavorano”.

Ma non è neppure semplicemente “colpa degli stipendi bassi”.

Concorrono precarietà, costo delle abitazioni, ritardo nell’indipendenza economica, trasformazione delle relazioni, individualismo, instabilità delle coppie, prolungamento degli studi, organizzazione del lavoro e trasformazioni culturali.

Ma dentro questo insieme esiste una contraddizione sulla quale dovremmo avere il coraggio di soffermarci.

Abbiamo costruito una società che proclama di volere più bambini e contemporaneamente premia sistematicamente chi può organizzare la propria esistenza come se i bambini non esistessero.

La maternità è diventata economicamente irrazionale

Una donna che tra i trenta e i quarant’anni investe tutte le proprie energie nella professione accumula reddito, contributi, esperienza, anzianità e possibilità di carriera.

Una donna che nello stesso periodo decide di avere tre figli può subire esattamente l’effetto contrario.

E i dati europei mostrano ancora chiaramente quanto la presenza dei figli incida diversamente sulla partecipazione lavorativa maschile e femminile.

Abbiamo quindi creato un curioso paradosso.

Consideriamo socialmente produttive centinaia di attività, ma abbiamo quasi completamente privatizzato il costo dell’attività senza la quale nessuna società può continuare ad esistere: generare e crescere la generazione successiva.

Fare un figlio è certamente una scelta privata.

Ma produce conseguenze pubbliche.

Quel bambino, venticinque anni dopo, sarà il lavoratore, professionista, imprenditore, medico, militare, insegnante e contribuente che consentirà alla comunità di continuare ad esistere.

La maternità produce quindi anche un valore sociale.

Riconoscerlo non significa ridurre la donna alla funzione riproduttiva.

Significa esattamente il contrario: attribuire dignità economica e sociale anche a quella scelta.

Una strana idea di emancipazione

Esiste poi una questione culturale più sottile.

L’emancipazione femminile nacque giustamente per consentire alle donne di scegliere una vita differente da quella imposta loro.

Ma progressivamente abbiamo rischiato di sostituire un obbligo con un altro.

Prima la donna realizzata doveva necessariamente essere moglie e madre.

Oggi rischiamo di considerare veramente realizzata soltanto quella economicamente indipendente, professionalmente competitiva e perfettamente inserita nel mercato del lavoro.

Ma se la libertà significa qualcosa, dovrebbe comprendere entrambe le possibilità.

Una donna che vuole dirigere una multinazionale deve poterlo fare.

Ma una donna che desidera avere quattro figli e dedicare dieci anni prevalentemente alla loro crescita non dovrebbe essere considerata una persona che ha “rinunciato” alla propria realizzazione.

Soprattutto non dovrebbe essere economicamente punita per averlo fatto.

Qui anche una parte del femminismo dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi.

Se l’unico modello di emancipazione consiste nel trasformare la donna in un lavoratore perfettamente intercambiabile con l’uomo, forse non abbiamo valorizzato la femminilità.

Abbiamo semplicemente adottato come universale un modello originariamente costruito sull’esistenza maschile.

Ma attenzione: il conto riguarda anche gli uomini

Sarebbe troppo comodo scaricare tutto sulle donne. La rivoluzione sessuale ha liberato anche gli uomini da molti obblighi tradizionali.

Il vecchio modello attribuiva privilegi al maschio, certamente. Ma contemporaneamente gli imponeva doveri molto pesanti.

Doveva mantenere la famiglia. Doveva riconoscere i figli. Doveva proteggerli. Doveva assumersi responsabilità economiche. Doveva, almeno idealmente, costruire qualcosa destinato a sopravvivergli.

Abbiamo criticato giustamente il padre-padrone.

Ma nel farlo abbiamo qualche volta finito per perdere anche semplicemente il padre.

E dunque qualsiasi nuovo patto sociale non può significare: “la donna torni alla maternità mentre l’uomo conserva tutte le libertà conquistate dalla rivoluzione sessuale”.

Sarebbe grottesco.

Alla rivalutazione della maternità deve corrispondere una altrettanto forte rivalutazione della paternità responsabile.

Quello che provocatoriamente chiamerei “patriarcato moderno”

Arriviamo allora alla parola proibita.

Forse abbiamo bisogno di una sorta di patriarcato moderno.

Ma occorre spiegare immediatamente cosa intendo, perché altrimenti l’espressione diventa una caricatura.

Non il ritorno alla subordinazione giuridica della donna. Non il padre-padrone. Non la moglie costretta dentro casa. Non la cancellazione delle conquiste civili del Novecento.

Esattamente il contrario.

Significa recuperare alcune funzioni positive della famiglia tradizionale adattandole ad una società di uomini e donne giuridicamente liberi ed eguali.

Un modello nel quale il padre torni ad avere presenza, responsabilità e autorevolezza; nel quale la maternità venga riconosciuta come valore personale e sociale; nel quale le differenze tra uomo e donna non vengano negate, ma comprese e valorizzate; nel quale alla libertà corrisponda nuovamente una misura proporzionata di responsabilità.

Uomo e donna sono eguali nella dignità e davanti alla legge.

Questo, però, non significa che siano biologicamente identici né che debbano necessariamente svolgere gli stessi ruoli nello stesso modo.

La differenza non implica subordinazione. Può significare complementarità.

Ed è proprio qui che anche le donne sono chiamate a partecipare consapevolmente alla costruzione di un nuovo equilibrio: non rinunciando alla propria libertà, ma riconoscendo che maternità, famiglia e continuità generazionale possono rappresentare forme autentiche di realizzazione e non semplicemente residui di un passato da superare.

Lo stesso vale per gli uomini.

La mascolinità dovrebbe tornare ad essere associata alla capacità di assumersi responsabilità, proteggere, costruire, mantenere una parola data e trasmettere qualcosa a chi verrà dopo.

Se riuscissimo a ricomporre questi elementi, non avremmo restaurato il passato.

Avremmo costruito qualcosa di nuovo utilizzando ciò che il passato aveva compreso e che la modernità, forse troppo frettolosamente, ha creduto di poter fare a meno.

Questa sarebbe una rivoluzione molto più interessante.

L’immigrazione non risolve la denatalità

Pensare di risolvere il crollo delle nascite semplicemente sostituendo i figli che non facciamo con nuovi immigrati è una scorciatoia, non una soluzione.

Una Nazione non è soltanto un numero di abitanti: è anche continuità culturale, linguistica, storica e valoriale.

E qui emerge una contraddizione evidente. L’Occidente ha progressivamente smantellato il proprio modello familiare tradizionale in nome dell’emancipazione, per poi affidare il proprio futuro demografico a flussi provenienti anche da società nelle quali famiglia, religione, autorità maschile e ruoli di genere sono spesso assai più tradizionali dei nostri.

Il rischio è paradossale: abbandonare il nostro vecchio modello in nome della liberazione e ritrovarci, per effetto della sostituzione culturale, con modelli ancora più rigidi di quelli che avevamo voluto superare.

L’immigrazione può modificare i numeri. Non risolve la crisi di una società che ha smesso di generare se stessa.

Dal principio alle politiche: il Reddito di maternità

Se consideriamo la natalità un interesse nazionale, dobbiamo però avere il coraggio di tradurre i principi in denaro. Le campagne pubblicitarie sulla bellezza della famiglia non fanno figli.

Occorre rendere la maternità economicamente sostenibile.

La prima proposta dovrebbe essere un vero Reddito di maternità.

Una donna che, liberamente, decide di sospendere o ridurre significativamente la propria attività lavorativa per dedicarsi ai figli piccoli dovrebbe poter ricevere per alcuni anni una indennità pubblica adeguata.

Non un bonus simbolico. Un vero sostegno economico.

A questo dovrebbe aggiungersi la contribuzione pensionistica figurativa, affinché gli anni dedicati alla crescita dei figli non diventino anni perduti anche ai fini previdenziali.

Naturalmente dovrebbe essere una possibilità, non un’imposizione.

Chi desidera continuare a lavorare deve poter disporre invece di asili, servizi e strumenti di conciliazione.

La libertà vera consiste precisamente nell’avere entrambe le possibilità.

Accanto al Reddito di maternità servirebbe una politica demografica organica: fiscalità realmente parametrata al numero dei figli, maggiori tutele previdenziali per i genitori, mutui e sostegni abitativi per le giovani famiglie, maggiore flessibilità lavorativa e incentivi alle imprese che favoriscono maternità e paternità. A questo dovrebbe accompagnarsi anche un cambiamento culturale che torni a presentare famiglia e genitorialità come forme di realizzazione personale e responsabilità verso la comunità.

Non si tratta di pagare qualcuno perché faccia figli, ma di riconoscere un principio semplice: chi cresce oggi la generazione di domani sostiene un costo privato producendo un beneficio per l’intera società.

Non dobbiamo tornare indietro

Non ho alcuna nostalgia per una società nella quale una donna avesse meno diritti di un uomo. Non voglio restaurarla.

La vera sfida è molto più ambiziosa.

Dobbiamo prendere dal passato ciò che funzionava senza recuperarne le ingiustizie.

Famiglia. Responsabilità. Paternità. Maternità. Complementarità. Solidarietà tra generazioni.

Capacità di sacrificare qualcosa del presente per qualcuno che verrà dopo di noi.

Perché esiste una verità che nessuna costruzione ideologica può modificare.

Una società può essere ricca, libera, tecnologicamente avanzata, individualista e perfettamente emancipata.

Ma se per alcune generazioni smette di avere figli, quella società semplicemente smette di esistere.

Forse è arrivato il momento di superare una contrapposizione ormai sterile.

Non patriarcato contro femminismo. Non uomini contro donne.

Ma uomini e donne nuovamente alleati, diversi e complementari, liberi ma responsabili, nella costruzione di qualcosa che abbia l’ambizione di durare più della loro singola esistenza.

Perché una civiltà comincia davvero a morire non quando diventa povera.

Comincia a morire quando non considera più importante avere qualcuno a cui lasciarla.

https://www.stampaparlamento.it/2026/08/31/dopo-il-patriarcato-cosa/

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