Corriere di Puglia e Basilicata
Caso Roggero: nessuno sa davvero quando può difendersi
di Pierfrancesco Viti
di Pierfrancesco Viti ·
Il caso di Mario Roggero ha diviso l’opinione pubblica come pochi altri negli ultimi anni. C’è chi vede in lui un uomo che ha difeso il frutto del proprio lavoro e chi, invece, ritiene che abbia oltrepassato il limite della legittima difesa. Eppure, osservando con attenzione la vicenda giudiziaria, emerge che il vero problema è un altro e riguarda il modo stesso in cui è costruita la nostra legge.
Il processo, infatti, non si è deciso sul principio secondo cui un cittadino abbia il diritto di difendersi da una rapina. Quel diritto è già riconosciuto dall’ordinamento. Il punto decisivo è stato stabilire quale fosse lo stato psicologico di Roggero nei pochissimi secondi successivi all’assalto e se quelle condotte fossero (secondo una valutazione ex post) configurabili quali esimenti del reato.
La difesa ha sempre sostenuto che il gioielliere non uscì dal negozio con l’intenzione di inseguire e uccidere i rapinatori, ma perché, nel caos di quei momenti, non riuscendo più a vedere la moglie, temette sinceramente che fosse stata trascinata via come ostaggio. I giudici, invece, non hanno ritenuto credibile questa ricostruzione e, sulla base delle immagini delle telecamere, hanno concluso che il pericolo fosse ormai cessato.
Al di là della correttezza o meno di questa valutazione, il caso mette in evidenza un limite strutturale della disciplina della legittima difesa.
Oggi la legge è costruita in modo tale da lasciare al giudice, anni dopo i fatti, il compito di stabilire se la reazione della vittima fosse “necessaria“, “proporzionata” e se il pericolo fosse ancora “attuale“. Sono concetti giuridicamente importanti, ma inevitabilmente elastici. Il risultato è che la risposta non dipende tanto da una regola chiara, quanto dall’interpretazione che il giudice darà di quei pochi, drammatici istanti.
Ma chi viene aggredito non ragiona come un giudice. Non dispone di filmati, consulenze tecniche, testimonianze raccolte con calma o mesi di istruttoria. Decide sotto l’effetto della paura, dell’adrenalina e della convinzione che la propria vita o quella di una persona cara siano in pericolo. Pretendere da una vittima la lucidità di chi analizza i fatti a distanza di anni significa ignorare come reagisce realmente un essere umano durante un’aggressione.
Per questo motivo credo che la riforma della legittima difesa debba cambiare completamente prospettiva. Il legislatore non dovrebbe limitarsi a modificare qualche parola dell’articolo 52 del codice penale, ma dovrebbe trasformare una norma oggi fondata su valutazioni astratte in una norma costruita su fatti concreti e facilmente riconoscibili.
In pratica, la legge dovrebbe individuare con precisione quei fatti che fanno presumere la legittimità della reazione difensiva. Se qualcuno entra illegalmente in un’abitazione o in un esercizio commerciale, se l’aggressione avviene con armi oppure da parte di più persone, se è in corso una rapina violenta o esiste un ragionevole timore per l’incolumità propria o di un familiare, il cittadino dovrebbe sapere fin da subito che la legge presume legittima la sua difesa. In queste situazioni non avrebbe più senso discutere per anni se sarebbe stato possibile fuggire, attendere o scegliere una reazione diversa. Sarebbe invece l’accusa a dover dimostrare che l’aggredito, pur sapendo che il pericolo era cessato, abbia deliberatamente trasformato la difesa in un’aggressione.
Questa non è una proposta estrema e non introduce alcuna forma di giustizia privata. Nessuno vuole attribuire ai cittadini una licenza di uccidere. Al contrario, significa riportare certezza in un settore del diritto nel quale oggi regna l’incertezza. Una norma deve servire innanzitutto a orientare i comportamenti. Se un cittadino può sapere soltanto dopo anni, leggendo una sentenza, se avrebbe potuto difendersi oppure no, quella norma ha già fallito la sua funzione principale.
Il caso Roggero dimostra esattamente questo. In pochi secondi una persona è chiamata a prendere decisioni che possono cambiare per sempre la sua vita. Il processo, invece, ricostruisce quegli stessi secondi con il privilegio del tempo, della riflessione e dell’analisi. È inevitabile che tra questi due piani esista una distanza. Il compito del legislatore dovrebbe essere proprio quello di ridurla.
La vera riforma della legittima difesa non consiste nel rendere più severi i giudici, né nel rendere più facile sparare. Consiste nel dire chiaramente ai cittadini, prima che accada una tragedia, in quali situazioni lo Stato presume che essi abbiano agito legittimamente. Solo così la legittima difesa smetterà di essere una valutazione affidata al senno di poi e diventerà una regola certa, conoscibile e prevedibile. È questa, in fondo, la differenza tra una giustizia fondata sull’incertezza e uno Stato di diritto che offre ai propri cittadini regole chiare prima ancora che si trovino costretti a difendersi.
https://www.corrierepl.it/2026/07/16/caso-roggero-nessuno-sa-davvero-quando-puo-difendersi/