Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

Società e costume · Famiglia

Una famiglia senza memoria perde le proprie radici

Raccontare ai figli chi siamo stati restituisce alla famiglia una funzione che nessun algoritmo può sostituire.

di Pierfrancesco Viti ·

Forse una delle cose che stiamo perdendo più rapidamente è la capacità di raccontarci. Per generazioni, la famiglia non è stata soltanto il luogo in cui si mangiava, si dormiva o si organizzavano le incombenze quotidiane. Era anche il luogo della memoria.

La sera si raccontavano episodi dell’infanzia, storie dei nonni, errori, sacrifici, avventure, piccole leggende familiari. Attraverso quei racconti, i figli imparavano da dove venivano e, in parte, anche chi erano. Oggi viviamo insieme molto più connessi al mondo e spesso molto meno connessi tra noi.

Gli schermi occupano i silenzi, riempiono ogni attesa, eliminano perfino quella noia dalla quale, un tempo, poteva nascere una conversazione. Eppure una famiglia non dovrebbe ridursi a un’efficiente divisione dei compiti: chi cucina, chi accompagna i figli, chi fa la spesa, chi ha fatto di più, chi ha fatto di meno. Quando ogni gesto diventa una voce da mettere a bilancio, qualcosa si è già impoverito.

Aiutarsi, prendersi cura l’uno dell’altro, collaborare nelle piccole cose quotidiane dovrebbe essere percepito anzitutto come un gesto naturale d’amore, non come l’esecuzione mal sopportata di un obbligo. Oggi, invece, si è fatta strada anche l’idea che occuparsi del proprio marito, della propria moglie o dei propri figli significhi quasi necessariamente sacrificarsi, sottomettersi, perdere qualcosa di sé. In particolare, una certa cultura contemporanea ha finito talvolta per rappresentare persino alcuni gesti tradizionali di cura familiare della donna come forme di servitù.

Ma il problema nasce proprio quando il servizio viene separato dall’amore. Preparare qualcosa per chi ami, accompagnare un figlio, aiutare il proprio coniuge, rinunciare ogni tanto alla propria comodità non significa essere servi di qualcuno. Significa appartenersi.

Una famiglia non può neppure sopravvivere se ogni gesto viene preceduto dalla domanda: «E tu cosa hai fatto per me?». La famiglia, nella sua forma più autentica, è una comunità in cui molto si fa senza contabilizzarlo, perché appartiene naturalmente al legame tra le persone. Forse dovremmo recuperare qualche abitudine antica.

Spegnere ogni tanto il telefono. Sedersi. Raccontare ai figli chi eravamo prima che loro nascessero.

PIERFRANCESCO VITI

Raccontare i nostri genitori, i nostri nonni, i luoghi da cui veniamo. Perché un bambino che conosce la propria storia possiede qualcosa che nessun algoritmo potrà mai dargli: delle radici. E senza radici si può andare molto lontano.

Ma non sempre si sa dove tornare.

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Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.

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