Società e costume · Società e costume
La nobiltà negata e il fascino delle porte aperte
Chi proclama superate le distinzioni sociali conserva spesso un’improvvisa curiosità per i salotti che non riesce a frequentare.
di Pierfrancesco Viti ·
È sempre divertente osservare coloro che deridono la nobiltà. La definiscono anacronistica, ridicola, polverosa, persino inesistente. Poi scoprono che si terrà una cena riservata in un palazzo storico, con principi, ambasciatori e famiglie aristocratiche, e improvvisamente il loro giacobinismo subisce un lieve cedimento strutturale.
Il rivoluzionario posa il forcone, cerca il papillon e ti scrive in privato: «Carissimo, se per caso avanzasse un invito...». Fino a cinque minuti prima voleva abbattere i privilegi dell’aristocrazia; adesso vorrebbe soltanto che l’aristocrazia correggesse la lista degli invitati aggiungendo il suo nome. Non desidera abolire il salotto: soffre perché il salotto non desidera lui.
Vincenzo Gioberti aveva già descritto perfettamente questa categoria umana: «Che la nobiltà importi una maggioranza nel parere comune degli uomini, e non sia tenuta dai più per una chimera, si raccoglie dal vedere che coloro i quali ne ridono e ne dicono ogni male, vorrebbero averla, e imitano la volpe della favola, che sfatava i grappoli d’uva, come troppo acerbi, solo perché non poteva abboccarli». Oggi il denaro compra quasi tutto: case, automobili, visibilità, amicizie, follower, onorificenze improbabili e titoli nobiliari consegnati insieme alla ricevuta del bonifico.
Rimangono però alcuni ambienti nei quali il conto corrente, per quanto muscoloso, non basta. Bisogna appartenere a una storia, essere riconosciuti da una comunità e rappresentare una continuità familiare che non si acquista al metro. Lo dimostra il celebre aneddoto del Circolo della Caccia di Roma.
J. Paul Getty, petroliere americano, fondatore del Getty Museum e tra gli uomini più ricchi del mondo, desiderava entrarvi. Fu lasciato fuori.
Si racconta che abbia reagito dicendo: «Allora me lo compro, il Circolo». Non poté comprare neppure quello. Una scena meravigliosa: l’uomo capace di acquistare capolavori per il proprio museo fermato da una porta che non riconosceva il dollaro come titolo genealogico.
Ed è qui che molti commettono un errore persino più comico: confondono la vera nobiltà con quella commerciale. La seconda è rumorosa, vistosa e affollata di mantelli, diplomi, patacche e investiture organizzate con la stessa sobrietà di una sagra paesana. La prima non ha bisogno di presentarsi, perché è già conosciuta; non deve inventarsi una storia, perché ne possiede una; non ostenta continuamente il titolo,
PIERFRANCESCO VITI
perché non teme che qualcuno glielo dimentichi.
Chi non sa distinguere l’originale dalla caricatura finisce per deridere entrambi. Salvo poi supplicare l’originale di poter partecipare alla sua prossima cena. E poi c’è il fortunato che all’invito riesce davvero ad arrivarci: entra, sorride, fotografa ogni lampadario e ogni bicchiere, quindi pubblica tutto sui social con la discrezione di un corteo trionfale.
Non è andato a cena: è andato a dimostrare che qualcuno, almeno una volta, lo ha fatto entrare. Gioberti aveva ragione: la volpe non disprezza affatto l’uva. Disprezza la distanza che la separa dal grappolo.
E, quando arriva l’invito, state tranquilli: l’uva diventa immediatamente dolcissima.
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