Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

Politica e istituzioni · Letteratura e politica

Il Gattopardo e la crisi delle classi dirigenti

La decadenza comincia quando le élite conservano il rango ma smarriscono il dovere, lasciando spazio a chi possiede ambizione senza grandezza.

di Pierfrancesco Viti ·

«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.» Forse è in questa amara riflessione del Principe di Salina che si nasconde una delle differenze più profonde tra due modi opposti di intendere la vita pubblica. Da una parte vi è l'uomo educato al limite. Dall'altra l'uomo educato al desiderio.

Il primo sa che non tutto ciò che può essere fatto deve necessariamente essere fatto. Conosce il valore della misura, della discrezione, della parola data, del silenzio quando il silenzio è più dignitoso della risposta. Considera il prestigio una conseguenza e non un obiettivo.

Il secondo vive invece nella continua ricerca dell'affermazione personale. Ogni tavolo è un posto da occupare. Ogni incarico un gradino.

Ogni relazione uno strumento. Ogni vittoria altrui una diminuzione della propria importanza. È la differenza che separa il gentiluomo dall'arrivista.

Il gentiluomo può anche essere sconfitto, ma non rinuncia al proprio stile. L'arrivista, invece, cambia forma a seconda della convenienza. Non possiede una bussola; possiede un fiuto.

L'aristocrazia di un tempo, con tutti i suoi limiti, aveva compreso una verità essenziale: governare significava anzitutto governare se stessi. Non era il governo dei più ricchi, nè di quello dei più furbi. Ma solo quello dei migliori.

Per questo il vero cafone non è il contadino, né l'uomo di umili origini. Il cafone è l'uomo senza misura. È colui che considera ogni ideale negoziabile, ogni appartenenza temporanea, ogni principio subordinato alla propria ascesa.

Una società inizia a decadere quando smette di chiedere ai propri dirigenti carattere, equilibrio e senso del dovere e comincia a premiare soltanto l'ambizione. Perché il potere, nelle mani del gentiluomo, è una responsabilità. Nelle mani dell'arrivista, è soltanto un'occasione. <<Voi credete di portare una nuova Italia.

Forse avete ragione. Ma gli uomini che sapranno vivere in quel mondo non saranno uomini come me. Io sono figlio di una civiltà che considerava il prestigio un dovere e il comando una responsabilità.

Il nuovo tempo appartiene ad altri: uomini più pratici, più adattabili, più pronti a cogliere le opportunità offerte dal cambiamento. Per questo vi indico Sedara. Non perché sia più colto di me.

Non perché sia più nobile di me. Ma perché rappresenta perfettamente il mondo che sta arrivando. Io appartengo a una generazione che tramonta.

Lui appartiene a una generazione che sale. E la storia, quasi mai, premia chi comprende meglio gli eventi. Premia chi sa adattarsi ad essi.>>

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Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.

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