Storia · Storia contemporanea
Il Biennio rosso e la memoria selettiva
Per comprendere l’ascesa del fascismo occorre studiare anche la violenza politica e sociale che attraversò l’Italia tra il 1919 e il 1920.
di Pierfrancesco Viti ·
Tra il 1919 e il 1920 l'Italia visse una delle stagioni più violente della sua storia contemporanea. Non si trattò soltanto di scioperi e rivendicazioni sociali. In nome della rivoluzione, gruppi socialisti massimalisti, bolscevichi e anarchici diedero vita a un'escalation di violenza politica: occupazioni illegali di fabbriche e terre, assalti a prefetture, caserme e stazioni ferroviarie, incendi, saccheggi, sabotaggi, sequestri, devastazioni, aggressioni contro imprenditori, agricoltori, reduci, sacerdoti e lavoratori che rifiutavano gli scioperi.
A Mantova furono assaltate la stazione e le carceri, vennero incendiate attività commerciali e si registrarono morti e centinaia di arresti. Ad Ancona un'insurrezione armata con barricate provocò decine di vittime. A Sarezzo un carabiniere fu ucciso durante gli scontri.
A Savona e in numerose altre città si verificarono sparatorie, devastazioni e omicidi. Lo storico Gaetano Salvemini, antifascista, stimò 65 vittime della violenza operaia nel solo Biennio Rosso, mentre la Treccani descrive quel periodo come una fase di conflitto sociale e politico senza precedenti nell'Italia unita. La storia non può essere selettiva.
Chi vuole davvero comprenderla deve avere il coraggio di studiare anche queste pagine, troppo spesso ignorate o minimizzate. Fonti: Enciclopedia Treccani, Biennio Rosso; Gaetano Salvemini, The Fascist Dictatorship in Italy; Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario; Emilio Gentile, Storia del fascismo.
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