Politica e istituzioni · Responsabilità politica
Governare non è assecondare ogni emozione
Come la medicina, la politica deve ascoltare la sofferenza senza rinunciare alla diagnosi, alla competenza e alle conseguenze delle decisioni.
di Pierfrancesco Viti ·
La politica, come la medicina, non è il luogo delle emozioni. È il luogo della responsabilità. Quando entri in una sala operatoria non vuoi un chirurgo “sensibile”.
Vuoi un chirurgo lucido. Freddo. Metodico.
Capace di prendere decisioni drastiche senza tremare, perché davanti ha una vita da salvare, non un consenso da raccogliere. Se il medico si commuove, esita. Se esita, sbaglia.
Se sbaglia, uccide. In politica accade la stessa cosa. Con una differenza: qui non è in gioco una sola vita, ma la sicurezza collettiva, l’ordine pubblico, la tenuta stessa dello Stato.
I problemi politici, e soprattutto quelli legati alla sicurezza, non si risolvono con i buoni sentimenti, ma con scelte dure. Talvolta impopolari. Spesso sgradevoli.
Ma senza dubbio sempre necessarie. L’emozione è un pessimo consigliere: illude, confonde, deresponsabilizza. Trasforma il dramma in spettacolo, il crimine in sociologia, l’aggressore in vittima e la vittima in statistica.
Le forze di polizia speciali americane stanno affrontando il problema dell’immigrazione criminale con metodi che molti definiscono “duri”. In realtà sono metodi chirurgici: mirati, rapidi, risolutivi. Non ideologici.
Non emotivi. Operativi. È la stessa differenza che passa tra un medico che cura e uno che commenta la malattia.
Uno Stato serio agisce. Non si commuove. Non si giustifica.
Non si scusa. Protegge. Punto.
Se oggi l’Europa è travolta da un’immigrazione fuori controllo e da una criminalità sempre più diffusa, la causa non è un destino avverso né una congiura astratta. È una responsabilità politica precisa. Ed è figlia dell’emotività elevata a metodo di governo.
Per anni le classi dirigenti europee, in larga parte espressione della cultura progressista e di sinistra, hanno sostituito l’analisi con la compassione, la strategia con il sentimento, la sicurezza con la retorica dell’accoglienza. Hanno governato con il cuore. E quando si governa con il cuore, si smette di usare il cervello.
PIERFRANCESCO VITI
Ogni scelta è stata fondata su narrazioni emotive: “solidarietà”, “inclusione”, “fratellanza universale”. Parole nobili, certo. Ma devastanti quando diventano politiche pubbliche senza limiti, senza filtri, senza criteri.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: flussi incontrollati, quartieri degradati, insicurezza crescente, conflitti culturali, criminalità importata, tensioni sociali. Per paura di “discriminare” si è smesso di selezionare. Per timore di “stigmatizzare” si è rinunciato a difendere.
Nel nome dell’empatia si è disarmata la legge. Nel nome dell’accoglienza si è sospesa la sovranità. Nel nome dei diritti astratti si sono calpestati i diritti concreti: quelli di chi vive, lavora, cresce figli e chiede solo di poter camminare sicuro per strada.
È la logica emotiva della sinistra: trasformare ogni problema in un dramma morale, ogni scelta in un ricatto etico, ogni controllo in una colpa. Così lo Stato abdica al suo ruolo primario: garantire sicurezza ai propri cittadini. La verità è semplice e scomoda: l’Europa non è diventata più umana.
È diventata più fragile. E la fragilità, in politica, si paga sempre. Con interessi altissimi.
La sicurezza non è un diritto opzionale. È il fondamento di ogni altro diritto. Senza ordine non esiste libertà.
Senza forza non esiste legge. Senza controllo non esiste convivenza. Le emozioni possono guidare i gesti privati.
Ma quando guidano le scelte pubbliche, producono disastri collettivi. Governare significa scegliere. E scegliere, spesso, significa essere duri per non essere tragici.
Tra sentirsi buoni ed essere giusti, uno Stato degno di questo nome non dovrebbe mai avere dubbi.
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.