Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

Società e costume · Letteratura e potere

Cambiare tutto per non cambiare nulla

La formula del Gattopardo continua a descrivere riforme apparenti, trasformismi e sostituzioni di uomini che lasciano intatti i meccanismi del potere.

di Pierfrancesco Viti ·

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” È forse la frase più famosa de Il Gattopardo, il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che più di ogni trattato politico ha saputo raccontare l’anima italiana. Non solo è una battuta: è una rivelazione. Tancredi pronuncia quelle parole mentre la Sicilia borbonica sta per essere travolta dal vento del Risorgimento.

I vecchi ordini cadono, le bandiere cambiano, la retorica patriottica riempie le piazze. Ma sotto quella scenografia grandiosa si muove una verità molto più semplice: una nuova classe dirigente sta scalando il potere. Il Principe di Salina lo capisce subito.

Non è la libertà che avanza. È il ricambio delle élite. I nuovi arrivati non portano una civiltà più alta.

Portano una fame più grande. Sono uomini che non hanno ereditato un ordine e quindi non sentono il dovere di custodirlo. Vogliono semplicemente occuparlo.

È il momento storico in cui i cafoni diventano politici. Non uso il termine in senso sociale, ma culturale. Il cafone non è il contadino.

Il cafone è l’uomo senza misura, senza tradizione, senza educazione al limite. È colui che vede il potere come conquista personale, non come responsabilità storica. L’aristocrazia europea aveva mille difetti.

Ma possedeva una virtù rara: la continuità. Un nobile sapeva di appartenere a una storia più lunga di lui. Il suo nome non era una carriera ma una genealogia.

Per questo, anche quando sbagliava, sbagliava con un senso del decoro. La nuova politica nata dal Risorgimento invece nasceva dalla rottura. Non custodiva una tradizione: la sostituiva.

E quando una classe dirigente nasce così, inevitabilmente sviluppa una qualità dominante: l’opportunismo. È la vera eredità del gattopardismo. Cambiare linguaggio per restare al comando.

Cambiare bandiera per restare al tavolo. Chi guarda oggi la politica italiana non può non riconoscere quel meccanismo. E così, ogni volta che nasce una figura capace di intercettare un sentimento popolare autentico - e oggi questo accade attorno al

PIERFRANCESCO VITI

generale Roberto Vannacci - accade qualcosa di molto italiano.

Cominciano ad avvicinarsi uomini che fino al giorno prima stavano altrove. Arrivano con passo felpato. Non portano una storia comune.

Portano una straordinaria capacità di adattamento. Sono i professionisti della sopravvivenza politica. Cambiano toni, cambiano parole, cambiano simboli.

Ma non cambiano mai se stessi. Perché il loro mestiere non è servire un’idea. È restare in scena.

E così si ripete la vecchia commedia nazionale: uomini senza una professione fuori dalla politica, senza un’opera compiuta, senza una biografia che giustifichi la loro pretesa di guidare qualcosa, cercano improvvisamente di presentarsi come protagonisti del nuovo tempo. Non per costruirlo. Per abitarlo.

Il Principe di Salina li avrebbe riconosciuti immediatamente. Sono i nipoti ideali di quei notabili che nel 1860 indossarono la camicia rossa non per cambiare il mondo ma per cambiare posto nel mondo. La storia italiana è piena di queste metamorfosi.

Uomini che arrivano sempre qualche minuto dopo la battaglia, ma sempre qualche passo prima del potere. Per questo la frase del Gattopardo continua a pesare come una sentenza. Perché in Italia il problema non è mai stato il cambiamento.

Il problema è chi arriva per primo a gestirlo. E quasi sempre non sono gli uomini che lo hanno pensato. Sono quelli che hanno capito, con anticipo felino, dove sarebbe andato il vento.

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Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.

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